La mobilità collettiva rappresenta una delle infrastrutture più importanti per la coesione sociale e lo sviluppo dei territori. In un contesto caratterizzato da una crescente carenza di conducenti, il settore del trasporto pubblico locale si trova oggi ad affrontare una sfida che va ben oltre il tema del recruiting: garantire continuità del servizio significa infatti assicurare accessibilità, inclusione e pari opportunità per cittadini, lavoratori e studenti.
Ne abbiamo parlato con Pasquale Cirulli, HR Director di Autoguidovie, che racconta l’approccio dell’azienda nell’affrontare il tema della carenza di conducenti, gli investimenti in formazione e Academy, le strategie per rendere la professione più attrattiva e il ruolo centrale dell’inclusione nel costruire il futuro della mobilità pubblica.
Oggi si parla spesso di carenza di conducenti come emergenza del settore. Perché per Autoguidovie questa non è solo una criticità HR, ma una vera questione territoriale e sociale?
La carenza di conducenti non può essere letta esclusivamente come un problema di organico o come una difficoltà aziendale. Certamente rappresenta una sfida per chi opera nel settore, ma prima ancora riguarda la continuità di un servizio essenziale che incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone e sul funzionamento dei territori.
Quando mancano conducenti, l’impatto non resta confinato all’interno dell’organizzazione. Significa studenti che rischiano di avere maggiori difficoltà nel raggiungere la scuola, lavoratori che incontrano ostacoli negli spostamenti quotidiani e cittadini che vedono ridursi l’accesso a servizi e opportunità. Per questo ritengo che la mobilità debba essere considerata una vera e propria infrastruttura sociale, capace di garantire inclusione, accessibilità e partecipazione alla vita economica e civile.
Affrontare la carenza di conducenti significa quindi assumersi una responsabilità che coinvolge non soltanto le aziende, ma anche istituzioni, territori e comunità locali, in una logica di collaborazione e visione condivisa.
Molte aziende cercano profili già pronti. Voi invece avete scelto di investire su Academy e percorsi di accesso. Che cosa vi ha portato a questa scelta e cosa cambia, in concreto, per chi vuole entrare oggi nella professione?
La scelta nasce da una constatazione molto semplice: il mercato del lavoro oggi non produce un numero sufficiente di conducenti già qualificati. Continuare a cercare esclusivamente profili pronti significherebbe limitare enormemente il bacino di talenti disponibili e rincorrere il problema anziché governarlo.
Per questo abbiamo deciso di intervenire a monte, investendo nella formazione e costruendo percorsi di accesso alla professione. La nostra Academy non è semplicemente un corso formativo, ma uno strumento concreto di politica attiva del lavoro che consente alle persone di acquisire competenze, ottenere le qualifiche necessarie e avvicinarsi a una professione stabile e sempre più strategica.
Per chi sceglie oggi di intraprendere questo percorso cambia molto. Non chiediamo più ai candidati di arrivare con tutte le abilitazioni già conseguite e con esperienza consolidata. Costruiamo invece un percorso personalizzato che accompagna la persona passo dopo passo, aprendo la professione a giovani, donne, lavoratori in fase di riconversione professionale e persone provenienti da contesti completamente diversi da quello del trasporto pubblico.
Nel recruiting di oggi non basta più “farsi vedere”: conta essere credibili. Quali sono, secondo lei, gli elementi che rendono davvero attrattiva — e credibile — l’offerta di Autoguidovie per un futuro conducente?
L’attrattività non si costruisce soltanto attraverso una campagna di comunicazione efficace. Oggi le persone cercano soprattutto coerenza tra ciò che un’azienda promette e ciò che offre realmente una volta entrati in organizzazione.
Essere credibili significa raccontare la professione per quello che è, con trasparenza e autenticità, ma anche dimostrare concretamente di avere un progetto serio attorno alle persone. Per questo stiamo lavorando per ridefinire la figura del conducente, che non può più essere considerato semplicemente come chi guida un mezzo.
Parliamo sempre più di un professionista della mobilità integrata, chiamato a gestire tecnologie di bordo, sicurezza, relazione con i passeggeri, qualità del servizio e impatto sul territorio. Una figura moderna, digitale e centrale nell’esperienza di mobilità delle persone.
A rendere credibile questa proposta contribuiscono inoltre una formazione strutturata, percorsi di crescita concreti, stabilità occupazionale e una forte attenzione alla qualità dell’esperienza lavorativa. Le persone vogliono vedere investimenti reali e tangibili sul proprio sviluppo professionale, non semplici promesse.
Uno dei nodi più interessanti che emerge dai vostri materiali è l’accesso: costi delle patenti, tempi, compatibilità con il lavoro. Quanto conta oggi abbassare queste barriere per allargare davvero la platea dei potenziali conducenti?
Conta moltissimo. Se la carenza di conducenti rappresenta una criticità strutturale del settore, l’accesso alla professione costituisce uno degli ostacoli principali alla sua soluzione.
I costi delle patenti, i tempi necessari per ottenere le abilitazioni e la difficoltà di conciliare la formazione con il lavoro o con gli impegni familiari scoraggiano molte persone dal prendere in considerazione questa opportunità professionale. Se vogliamo ampliare davvero la platea dei potenziali candidati, dobbiamo intervenire proprio su queste barriere.
L’Academy nasce anche con questo obiettivo: accompagnare le persone nel percorso di qualificazione, aiutandole a superare gli ostacoli economici e organizzativi che spesso impediscono l’accesso alla professione. Non si tratta soltanto di un investimento aziendale, ma di un’azione con un forte valore sociale, perché consente a un numero più ampio di persone di accedere a una professione qualificata e stabile.
Esiste inoltre un ulteriore tema che riguarda i candidati con background migratorio. Oggi una parte fondamentale del percorso abilitativo, come la Carta di Qualificazione del Conducente, può essere sostenuta esclusivamente in lingua italiana. Questo rappresenta un limite significativo per molte persone che possiedono già competenze e requisiti professionali ma incontrano difficoltà linguistiche nell’accesso alla certificazione. È un tema sul quale è necessario continuare a sensibilizzare anche le istituzioni.
Nel vostro racconto più recente emerge anche il tema dell’inclusione, in particolare rispetto all’ingresso di più donne e di persone con background migratorio nella professione. Che cosa significa, per Autoguidovie, rendere il ruolo del conducente davvero più accessibile e inclusivo per questi pubblici?
Per noi inclusione non significa semplicemente trovare nuove risorse per rispondere a una carenza di personale. Sarebbe una visione troppo limitata. Significa piuttosto ripensare il modo in cui la professione viene raccontata, resa accessibile e sostenuta nel tempo.
L’obiettivo è ampliare il numero di persone che possono immaginarsi in questo ruolo, coinvolgendo pubblici che tradizionalmente non consideravano il trasporto pubblico locale come una possibile scelta professionale. Penso alle donne, ai giovani, alle persone provenienti da altri settori e ai cittadini con background migratorio.
Per questo stiamo lavorando per aprire il settore a nuovi profili, raccontando una professione diversa da quella percepita tradizionalmente e costruendo percorsi di accompagnamento dedicati. Iniziative come il progetto INTEGRA vanno proprio in questa direzione: trasformare il trasporto pubblico non soltanto in un ambito occupazionale, ma anche in uno strumento concreto di inclusione sociale.
Pur esistendo ancora alcuni ostacoli normativi e linguistici, stiamo sviluppando percorsi di supporto, formazione linguistica e accompagnamento che possano consentire a un numero sempre maggiore di persone di accedere a questa professione e contribuire allo sviluppo della mobilità del futuro.



