La mobilità sta vivendo una fase di evoluzione che coinvolge contemporaneamente infrastrutture, sostenibilità, intelligenza artificiale e nuovi modelli di servizio. In questa intervista, Francesca Pili, Amministratrice Esecutiva, FNM Group approfondisce il percorso con cui FNM sta accompagnando questa trasformazione, attraverso progetti che spaziano dalla guida autonoma all’idrogeno, fino alle piattaforme digitali per la gestione intelligente della mobilità. Ne emerge una visione industriale che punta a integrare innovazione tecnologica, trasporto pubblico e sviluppo territoriale, con particolare attenzione al ruolo delle competenze, della formazione e della collaborazione tra imprese, istituzioni e ricerca. Un confronto che mette al centro non solo il futuro della mobilità, ma anche il ruolo strategico che l’Italia può giocare nei nuovi scenari europei dell’innovazione.
FNM sta portando avanti un progetto molto ambizioso sulla guida autonoma, che integra infrastrutture, mobilità pubblica, tecnologia e sostenibilità. Qual è la visione strategica che guida questa trasformazione e quale ruolo vuole giocare FNM nel futuro della mobilità intelligente in Italia?
La nostra visione parte da un punto molto semplice: la mobilità del futuro non sarà solo più tecnologica, sarà soprattutto più integrata. La guida autonoma, infatti, non riguarda soltanto il veicolo che si muove senza conducente. Riguarda il modo in cui cambieranno le infrastrutture, il trasporto pubblico, la gestione dei dati, la sicurezza, l’energia, l’organizzazione dei servizi e il rapporto tra mobilità e territorio. Come Gruppo FNM abbiamo una posizione particolare, perché siamo un operatore integrato della mobilità sostenibile. Gestiamo infrastrutture ferroviarie e autostradali, siamo presenti nel trasporto pubblico locale, nei servizi digitali, nella mobilità condivisa, nell’energia rinnovabile e nell’idrogeno. Questa integrazione ci consente di guardare alla guida autonoma non come a una tecnologia isolata, ma come a una trasformazione sistemica. Nel mondo questa trasformazione è già iniziata. Negli Stati Uniti Waymo gestisce servizi di robotaxi autonomi accessibili al pubblico in diverse città; in Cina Baidu, con Apollo Go, sta sviluppando servizi di robotaxi su scala crescente. Questo ci dice una cosa molto chiara: la guida autonoma non è più una suggestione futuristica. È già una realtà industriale in alcune aree del mondo.
La domanda, quindi, non è più se arriverà. La domanda è come vogliamo governarla in Europa, in Italia e nel nostro sistema di mobilità pubblica. Per FNM il punto è proprio questo: vogliamo contribuire a governare questa trasformazione, non subirla. E vogliamo farlo partendo dal nostro ruolo naturale, cioè quello di operatore che conosce le infrastrutture, conosce i territori e conosce i bisogni reali delle persone. La guida autonoma può avere un impatto molto importante sul trasporto pubblico. Può migliorare la sicurezza, rendere più efficienti alcuni servizi, abilitare soluzioni a chiamata, rafforzare l’ultimo miglio, servire aree dove oggi il trasporto tradizionale è meno sostenibile, aumentare l’accessibilità per persone fragili, anziani o cittadini che vivono in territori a domanda debole. Ma tutto questo può accadere solo se la tecnologia viene inserita dentro una visione pubblica e industriale chiara. Per questo abbiamo scelto di partire dalla sperimentazione concreta. Con il progetto Serravalle Future Drive, insieme al Politecnico di Milano, abbiamo iniziato a testare veicoli elettrici a guida autonoma in contesti reali, integrando veicolo, infrastruttura, control room e supervisione umana.
È un approccio prudente, graduale, ma molto concreto. Il nostro obiettivo non è inseguire una moda tecnologica. È capire come queste soluzioni possano diventare utili per la mobilità pubblica, per la sicurezza, per la sostenibilità e per la qualità della vita delle persone. FNM vuole giocare un ruolo da abilitatore: mettere a disposizione infrastrutture, competenze, capacità di sperimentazione e visione industriale per aiutare il Paese a costruire un modello italiano ed europeo di mobilità autonoma. Perché se la guida autonoma sarà una parte del futuro della mobilità, allora il trasporto pubblico deve essere protagonista di questo futuro. Non può restare spettatore.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il rapporto tra tecnologia e persone: lei ha più volte sottolineato che la guida autonoma non elimina il fattore umano, ma ne trasforma competenze e responsabilità. Come sta cambiando la cultura organizzativa di FNM davanti a questa evoluzione?
Questo è uno dei temi più importanti, perché quando si parla di guida autonoma si rischia spesso di immaginare una contrapposizione tra tecnologia e persone. Come se l’innovazione significasse automaticamente sostituzione. La nostra esperienza ci porta invece in una direzione diversa: la tecnologia non elimina il fattore umano, ma ne trasforma il ruolo, le competenze e le responsabilità. Questo è particolarmente vero nel trasporto pubblico, che oggi sta vivendo una fase complessa anche dal punto di vista delle risorse umane. In tutta Europa il settore fatica a reperire personale operativo, in particolare conducenti e figure tecniche specializzate. C’è inoltre un tema molto forte di ricambio generazionale: molte professionalità storiche stanno uscendo dal mercato del lavoro e non sempre è facile attrarre giovani verso professioni che vengono percepite come tradizionali o poco innovative. In questo contesto, la guida autonoma non deve essere letta come una risposta “contro” le persone. Al contrario, può diventare uno strumento per far evolvere il settore, renderlo più sostenibile dal punto di vista organizzativo e creare nuove professionalità. Cambiano i ruoli. Accanto alla figura tradizionale del conducente emergono figure nuove: operatori di supervisione, safety operator, tecnici capaci di dialogare con sistemi digitali, professionisti in grado di gestire dati, anomalie, sicurezza e relazione tra infrastruttura e veicolo. Il fattore umano resta centrale, ma si sposta sempre di più verso funzioni di controllo, interpretazione, decisione e responsabilità. Per un gruppo come FNM questo significa investire molto sulla formazione e sul reskilling. Noi crediamo che l’innovazione debba essere accompagnata. Non vogliamo lasciare indietro nessuno. Per questo in azienda abbiamo già avviato percorsi di formazione e sensibilizzazione sui temi dell’intelligenza artificiale e della trasformazione digitale. L’obiettivo non è trasformare tutte le persone in specialisti tecnici, ma dare a tutti strumenti di consapevolezza. Capire che cos’è l’AI, quali opportunità offre, quali rischi comporta, come può essere utilizzata nei processi e come può supportare il lavoro quotidiano. La cultura organizzativa cambia quando le persone non subiscono l’innovazione, ma vengono messe nelle condizioni di comprenderla e parteciparvi. C’è poi un altro tema molto importante, che riguarda le nuove generazioni e in particolare le giovani donne nelle discipline STEM. Le trasformazioni che stiamo vivendo avranno sempre più bisogno di competenze scientifiche, digitali, ingegneristiche e tecnologiche. È fondamentale attrarre nuovi talenti verso questi ambiti e valorizzare maggiormente il contributo femminile in settori che storicamente sono meno rappresentati. Anche questo fa parte della trasformazione culturale. Rendere la mobilità un settore più innovativo, più aperto, più inclusivo e più capace di parlare ai giovani. Perché oggi i giovani cercano luoghi di lavoro dove tecnologia e impatto sociale si incontrano. E il trasporto pubblico può essere esattamente questo: un settore in cui si lavora su AI, sostenibilità, sicurezza, dati, energia, accessibilità e qualità della vita. La vera sfida, quindi, non è soltanto introdurre nuove tecnologie. È costruire una cultura aziendale capace di accompagnare le persone nel cambiamento, valorizzare le competenze esistenti e crearne di nuove.
La guida autonoma pone sfide non solo tecnologiche ma anche normative, industriali e sociali. Dal suo osservatorio, quali sono oggi le priorità per consentire all’Italia di diventare realmente competitiva in questo settore e quanto è fondamentale la collaborazione tra imprese, istituzioni e ricerca?
Credo che oggi la priorità principale sia costruire un vero ecosistema nazionale dell’innovazione sulla mobilità autonoma. La guida autonoma non è un tema che può essere affrontato da un singolo attore. Coinvolge tecnologia, infrastrutture, sicurezza, servizi pubblici, ricerca, industria e normativa. Per questo serve una collaborazione stabile tra istituzioni, università, operatori della mobilità, industria tecnologica e gestori infrastrutturali. In Italia abbiamo competenze molto avanzate. Penso alle università, alla ricerca applicata, all’ingegneria, all’automotive, alle infrastrutture. Il punto è riuscire a metterle a sistema, evitando che restino realtà separate. Qui c’è anche un tema di competitività internazionale. Negli Stati Uniti e in Cina la guida autonoma è già entrata in una fase molto avanzata, con sperimentazioni su larga scala e servizi commerciali. L’Europa, invece, rischia di restare più indietro, concentrata su sperimentazioni limitate e su un quadro regolatorio ancora non pienamente maturo. Il rischio non è solo tecnologico. È industriale e strategico.
Se non investiamo ora su competenze, piattaforme, regole, infrastrutture e filiere europee, rischiamo di diventare semplicemente utilizzatori di tecnologie sviluppate altrove. E nella mobilità questo è un tema molto delicato, perché riguarda dati, sicurezza, cybersecurity, controllo dei servizi e autonomia industriale. Dal punto di vista normativo è necessario accompagnare l’innovazione con un percorso graduale. Oggi il Codice della Strada è ancora prevalentemente basato sulla figura del conducente umano: un’impostazione che rende più articolato il passaggio dalla fase di sperimentazione a quella pre-commerciale e, successivamente, alla piena commercializzazione. Le sandbox regolatorie e i progetti pilota sono fondamentali, perché consentono di testare le tecnologie in sicurezza, raccogliere dati reali, capire gli impatti e accompagnare l’evoluzione normativa sulla base di evidenze concrete. Serve inoltre una semplificazione dei percorsi autorizzativi. L’innovazione tecnologica evolve con grande rapidità e il quadro regolatorio deve essere in grado di accompagnarla efficacemente, favorendo la capacità del Paese di sperimentare, apprendere e trasformare l’innovazione in opportunità concrete di sviluppo.
Accanto alle norme, servono investimenti. Servono risorse pubbliche capaci di attivare risorse private, sostenere progettualità solide e favorire la nascita di piattaforme tecnologiche italiane ed europee. E serve un metodo: pubblico, privato e ricerca devono lavorare insieme fin dall’inizio. Non possiamo pensare che la mobilità autonoma arrivi semplicemente come tecnologia da acquistare sul mercato. Dobbiamo costruire conoscenza, standard, competenze, regole e capacità di governo. La vera priorità, quindi, è costruire un modello italiano ed europeo della mobilità autonoma: un modello che tenga insieme innovazione, sicurezza, industria e interesse pubblico. Perché la guida autonoma non è soltanto una sfida tecnologica. È una scelta strategica sul ruolo che l’Italia vuole avere nel futuro della mobilità.
FNM sta investendo in ambiti molto innovativi, dall’idrogeno alla mobilità intelligente, fino alle piattaforme digitali e all’intelligenza artificiale. Quanto è importante, oggi, per un grande gruppo industriale, anticipare il cambiamento anziché limitarsi ad adattarsi alle trasformazioni del mercato?
Oggi, per un grande gruppo industriale, adattarsi non basta più. Le trasformazioni che stiamo vivendo sono troppo rapide e troppo profonde. Energia, digitale, intelligenza artificiale, sostenibilità, nuovi modelli di mobilità: tutto sta cambiando contemporaneamente. Se un’azienda aspetta che il cambiamento sia già avvenuto, rischia di arrivare tardi. Rischia di perdere competenze, competitività e capacità di incidere sul proprio settore. Per questo credo che anticipare il cambiamento sia oggi una responsabilità industriale. Per FNM significa investire su più fronti, ma con una logica unica: costruire una mobilità più sostenibile, intelligente, connessa e utile ai territori. L’idrogeno, ad esempio, è un caso molto concreto. Con H2iseO stiamo lavorando alla realizzazione della prima Hydrogen Valley italiana legata al trasporto ferroviario, con l’obiettivo di decarbonizzare una linea non elettrificata e costruire una filiera territoriale dell’idrogeno. Non è solo un progetto energetico. È un progetto di mobilità, infrastruttura, territorio e sostenibilità. Lo stesso vale per le piattaforme digitali e per l’intelligenza artificiale. La mobilità sarà sempre più guidata dai dati: dati per comprendere meglio la domanda, ottimizzare i servizi, gestire gli asset, migliorare la manutenzione, rendere più efficiente l’uso delle risorse e offrire soluzioni più vicine ai bisogni delle persone.
Anticipare il cambiamento significa preparare oggi le competenze che serviranno domani. Per questo l’innovazione non può essere solo investimento tecnologico. Deve essere anche investimento sulle persone, sui processi e sulle partnership. AI, digitale, nuovi vettori energetici, cybersecurity e sistemi intelligenti richiedono formazione continua, apertura alla sperimentazione e capacità di apprendimento. Un grande gruppo industriale non deve limitarsi a comprare innovazione. Deve saperla comprendere, governare e integrare nel proprio modello operativo. C’è poi un tema di responsabilità pubblica.
FNM opera in un settore che incide direttamente sulla qualità della vita delle persone. La mobilità non è solo un servizio: è accesso al lavoro, alla scuola, alla cura, alla socialità. È competitività dei territori. È inclusione. Per questo anticipare il cambiamento significa anche contribuire a orientarlo nella direzione giusta. La tecnologia può andare in molte direzioni. Sta a noi fare in modo che produca più sicurezza, più sostenibilità, più accessibilità e più valore per le comunità. Questa, secondo me, è la sfida vera: non innovare per inseguire la tecnologia, ma innovare per costruire un modello di sviluppo più forte, più sostenibile e più vicino alle persone



