La gestione dell’acqua sta assumendo un ruolo sempre più strategico per il futuro dell’economia, dell’industria e della sicurezza dei territori. Gli effetti del cambiamento climatico, la crescente competizione per l’utilizzo della risorsa e la disponibilità di nuove tecnologie stanno infatti ridefinendo il modo in cui imprese e istituzioni devono pianificare gli investimenti e governare il ciclo idrico. In questo scenario, la Water Intelligence si afferma come un nuovo paradigma capace di integrare dati, modelli predittivi e intelligenza artificiale per supportare decisioni più efficaci e costruire sistemi più resilienti.
Ne abbiamo parlato con Alfredo Bini, CEO di All About Water, approfondendo il valore economico della risorsa idrica, il ruolo delle tecnologie digitali nella governance dell’acqua, le prospettive di collaborazione tra pubblico e privato e le condizioni necessarie affinché l’Italia possa affermarsi come punto di riferimento internazionale nello sviluppo di tecnologie e modelli innovativi per la Water Intelligence.
Per molti anni l’acqua è stata considerata prevalentemente una risorsa ambientale. Oggi, alla luce delle trasformazioni climatiche, industriali ed energetiche, perché è corretto parlare dell’acqua come di una vera infrastruttura strategica per la competitività e la sicurezza del Paese?
Perché, a un certo punto, ci siamo resi conto che l’impatto dell’acqua sull’economia non riguarda solo le attività direttamente dipendenti dall’acqua, ma anche tutte le altre. Questo è accaduto perché dal concepimento del concetto di water footprint intorno al 2002 si è capito che l’acqua era presente nei processi di qualsiasi attività umana. Da li in poi ci sono stati vari tentativi per riuscire a misurarne l’impatto economico, fino ad arrivare al paper di cui sono co-conceiver e co-autore che è stato il primo mai pubblicato ad introdurre una valutazione globale, quantitativa e spazialmente esplicita del valore economico dell’acqua in agricoltura, attraverso un modello biofisico.
Quel lavoro ha trasformato il valore economico dell’acqua, in agricoltura, in una misura quantificabile e comparabile su scala globale, creando una nuova base scientifica per decisioni su produttività, investimenti e sicurezza idrica che andassero anche oltre l’agricoltura. Infatti, abbiamo visto che, in linea generale, quando ci sono casi di risorse idriche condivise tra applicazioni industriali ad alto consumo d’acqua e agricole, è quasi sempre l’agricoltura a determinare le dinamiche di prezzo, per ovvie ragioni di sicurezza alimentare. In quest’ottica, essendo l’italia un paese fortemente esposto al water risk nel senso più generale del termine, cioè senza fare distinzioni tra siccità, scarsità, consumo, ecc., una gestione virtuosa della risorsa potrebbe avvantaggiarlo enormemente in termini di competitività e ritorno degli investimenti.
Grazie alle esperienze maturate durante il mio percorso professionale qui in italia, posso dire che da questo punto di vista il paese è enormemente indietro a causa del suo atavico immobilismo sull’innovazione e la ricerca che lo vedono agli ultimi posti in Europa per investimenti procapite in tech, e molto indietro anche nel confronto globale con altre realtà emergenti, perché se è vero che il paese è circa al 25° posto nel mondo come ecosistema complessivo in startup, Milano la città che traina questo ecosistema, non compare tra le prime dieci città europee ed è al 54 posto nel mondo sopravanzata da città come San Paolo, Jakarta, Riyadh, Instanbul.
La crescente disponibilità di dati, l’intelligenza artificiale e i modelli predittivi stanno cambiando profondamente la gestione della risorsa idrica. In che modo la Water Intelligence può supportare imprese, pubbliche amministrazioni e investitori nel prendere decisioni più efficaci e costruire una governance dell’acqua orientata alla prevenzione e alla resilienza?
Un aspetto emerso prepotentemente dalla seconda riunione degli stakeholder per la preparazione dell’11° World Water Forum – Riyadh 2027, tenutasi a Jeddah agli inizi di luglio durante la Saudi Water Week 2026, è che oggi esistono già sufficienti piattaforme, dati e report a cui fare riferimento. Quello che manca è l’integrazione di queste risorse in uno strumento che le interconnetta tra loro per misurare come il cambiamento di una variabile, climatica, ambientale, produttiva, produca effetti sul resto delle funzioni misurate. Questa è la visione di AAW fin dall’inizio e con cui ho concepito tutto il lavoro di questa impresa. Il fatto di aver trovato conferma di questo approccio in un contesto di portata globale e esserne stato inviato a parlare durante il panel
Technology & Digital Innovation for Water-Resilient WEFE Systems in MENA organizzato da Arab Water Forum and International Water Management Institute (IWMI).
Conferma che la nostra visione è sempre stata corretta e che le sfide di crescita che AAW ha riscontrato vanno cercate piuttosto nei temi di cui parlavo prima. L’italia non sostiene la crescita tecnologica interna come fanno gli altri paesi, esponendosi anche a un serio rischio di sovranità tecnologica e digitale.
La resilienza idrica richiede una visione di lungo periodo e investimenti significativi. Quale contributo possono offrire la collaborazione tra pubblico e privato e i nuovi modelli di finanziamento per accelerare la modernizzazione delle infrastrutture idriche e generare valore economico e sociale?
Grazie al supporto dell’ufficio ICE di Londra, prima di recarmi in Arabia Saudita, sono stato invitato alla London Climate Action Week, dove ho partecipato all’European Clean Tech Day, organizzato dalla delegazione dell’Unione Europea presso il Regno Unito e da Sustainable Ventures. In quel contesto ho anche presentato AAW durante l’evento di Undaunted, intitolato “Tackling climate change with innovation”. Durante questi incontri pubblici, che hanno visto il contributo di istituzioni, investitori e organizzazioni scientifiche, è emerso chiaramente che l’innovazione tecnologica può essere competitiva solo grazie a massicci finanziamenti privati, che si presume siano più veloci e in target, e che il ruolo del pubblico debba essere quello di creare le condizioni favorevoli affinché ciò avvenga. I risultati del modello misto, sostenuto finora anche dalle istituzioni UE, non hanno consentito di sviluppare un ecosistema competitivo come quello nato in altri paesi o aree geografiche.
L’Italia dispone di competenze scientifiche, eccellenze tecnologiche e una filiera industriale altamente specializzata nel settore idrico. Quali condizioni sono necessarie per trasformare questo patrimonio in una leadership internazionale nel campo della Water Intelligence e rendere il nostro Paese un punto di riferimento nell’export di tecnologie e modelli innovativi?
Prima di tutto tanti investimenti. Possibilmente nel merito, e non clientelari, come spesso accade oggi.
Poi, il coraggio di guardare oltre gli orizzonti tipici dei mandati dei manager odierni. Questo sbloccherebbe, anche sul piano mentale, il sostegno alle imprese che guardano al futuro, cosa che oggi non avviene perché non ci si pone nemmeno il problema.
Se si pensa alle economie che sono cresciute di più negli ultimi trent’anni, sono quelle che si sono poste obiettivi di 10-15 anni e hanno creato le condizioni economiche di sostegno a quegli obiettivi. Questa è la strategia affinché un paese crei un ecosistema che diventi un punto di riferimento, secondo me.
Bisogna che l’Italia sia coraggiosa: bisogna guardare oltre le zone di comfort e azzardare in ambiti pionieristici, se si vuole crescere; altrimenti, le aziende veramente innovative si guarderanno intorno per cercare ecosistemi più adatti alla loro crescita. Realtà come AAW, pionieristiche per visione e missione hanno bisogno di un ambiente che contribuisce alla crescita e al sostegno delle visioni.


