Virginia Saba (Task Force Italia): «La sfida dell’Italia è trasformare le priorità in risultati concreti»

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L’Italia attraversa una fase di profonde trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche che richiedono una visione condivisa delle priorità e una maggiore capacità di tradurle in azioni concrete. Dalla produttività alla demografia, dalle competenze all’energia e all’innovazione, la competitività del Sistema Paese passa sempre più dalla collaborazione tra istituzioni, imprese e territori.

Ne parliamo con Virginia Saba, Direttrice di Montecitorio News24, Giornalista e Media Relations Manager, che offre una lettura delle principali sfide che attendono l’Italia. L’intervista approfondisce il ruolo della collaborazione pubblico-privato, il contributo di Task Force Italia nell’accelerare le grandi transizioni e il valore dell’informazione e della comunicazione nel favorire un dialogo trasparente, costruire fiducia e accompagnare il Paese verso obiettivi condivisi e misurabili.

  1. L’Italia sta attraversando una fase caratterizzata da grandi trasformazioni. Quali ritiene siano oggi le sfide più urgenti per il Sistema Paese?

Partirei dai numeri, perché ci impediscono di rifugiarci nelle formule generiche. Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, contro l’1,4% dell’area euro, mentre il debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del PIL. Questo significa che abbiamo pochi margini finanziari e, proprio per questo, dobbiamo scegliere con molta precisione dove investire. Se vediamo quali sono le emergenze vediamo che la prima è demografica. Nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini e la popolazione tra i 15 e i 64 anni, oggi pari a circa 37 milioni, potrebbe scendere sotto i 30 milioni entro il 2050. Significa meno lavoratori, meno contribuenti, meno competenze e maggiore pressione su sanità e pensioni.

La seconda priorità è aumentare la partecipazione al lavoro. Nel 2025 l’Italia aveva il tasso di occupazione più basso dell’Unione europea, il 67,6% nella fascia 20-64 anni. Per le donne si fermava al 58%, contro una media europea del 71,3%, con un divario occupazionale di genere di oltre 19 punti. Qui c’è una grande riserva di crescita inutilizzata. Servono asili nido, servizi di cura, formazione e un’organizzazione del lavoro che non costringa ancora troppe donne a scegliere tra famiglia e professione. Cosa stiamo facendo?

La terza sfida è la produttività. Non basta aumentare il numero degli occupati se ogni ora lavorata continua a produrre meno valore rispetto ai nostri principali concorrenti. Occorre investire in ricerca, competenze, dimensione delle imprese e trasferimento tecnologico.

Sull’intelligenza artificiale, per esempio, le imprese con almeno 10 addetti che usano  una tecnologia di IA è salita al 16,4%. L’Italia resta 18ª nell’UE-27, dietro Germania (26%), Spagna (20,3%) e Francia (18,2%), e il divario tra grandi imprese e PMI si è allargato da 25 punti nel 2024 a 37 nel 2025. La mancanza di competenze frena l’adozione in quasi il 60% delle aziende che hanno valutato l’investimento senza realizzarlo.

Infine, l’energia. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica, mentre l’obiettivo italiano per il 2030 è il 63%. Per colmare questa distanza non bastano occorrono reti, accumuli, autorizzazioni più rapide e una politica industriale coerente.

La visione condivisa dovrebbe dunque poggiare su quattro priorità molto concrete: più produttività, più persone nel mercato del lavoro, maggiore autonomia energetica e formazione diffusa. La vera transizione, prima ancora che tecnologica, è una transizione di competenze e di metodo.

 

  1. Quanto può essere determinante rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato?

È determinante e deve significare prima di tutto condivisione degli obiettivi, dei rischi e dei risultati. Ad esempio, academy territoriali costruite da imprese, università e istituzioni sulla base delle professionalità effettivamente richieste: tecnici dell’energia, esperti di dati, cybersecurity e intelligenza artificiale, ma anche competenze manageriali e comunicative.

Il secondo è l’uso degli appalti pubblici come leva di innovazione. Lo Stato non deve limitarsi a sovvenzionare la ricerca ma può diventare un committente qualificato, chiedendo al mercato soluzioni nuove per sanità, mobilità, servizi pubblici ed energia.

Il terzo è la realizzazione di progetti pilota nei territori, con capitale pubblico e privato, obiettivi misurabili e possibilità di replicazione nazionale. Penso soprattutto alle aree interne, al Mezzogiorno e alle isole, dove la transizione energetica e digitale potrebbe ridurre divari storici anziché accentuarli.

Il pubblico deve offrire regole stabili e infrastrutture. Il privato deve investire, innovare e assumersi una parte del rischio. Se manca uno di questi elementi, non abbiamo una partnership, ma soltanto una distribuzione di risorse.

 

  1. In che modo Task Force Italia può diventare un acceleratore delle grandi transizioni?

Può diventarlo perché supera il modello del convegno permanente.  Ogni anno Task Force Italia sta selezionando alcune priorità nazionali. Per ciascuna, un gruppo di lavoro ristretto riunisce istituzioni, imprese, università, associazioni e competenze tecniche. Entro l’anno si produce un documento operativo, non un’altra analisi generale: poche proposte, con costi, tempi, soggetti responsabili e indicatori di risultato.

A questo possono seguire almeno uno o due progetti pilota, da sperimentare in territori o filiere differenti. Se funzionano, si estendono; se non funzionano, si correggono.

Task Force Italia può anche svolgere una funzione di allerta, segnalando in anticipo i colli di bottiglia normativi, finanziari o professionali.

In Italia spesso produciamo buone idee, ma non costruiamo la struttura che le accompagni nel tempo. Uno spazio permanente può colmare questa distanza, a condizione che ogni tavolo abbia una scadenza, ogni proposta un responsabile e ogni progetto un risultato misurabile.

 

  1. Quale ruolo possono avere informazione e comunicazione nel favorire il dialogo tra pubblico e privato?

Una narrazione comune è necessaria, ma non deve diventare una narrazione unica. Il compito dell’informazione  è creare una base comune di realtà sulla quale istituzioni, imprese e cittadini possano confrontarsi. Oggi questo è particolarmente importante perché le grandi transizioni vengono spesso raccontate attraverso slogan contrapposti: innovazione contro lavoro, ambiente contro industria, pubblico contro privato. Il giornalismo deve mostrare che i problemi reali sono più complessi e che le scelte comportano sempre costi, benefici e responsabilità.

Task Force Italia può essere una mappa trasparente dei progetti riusciti, quelli in ritardo e anche quelli che non hanno funzionato. Raccontare gli errori è altrettanto importante, perché permette di non ripeterli.

Banca d’Italia segnala che la complessità e l’instabilità normativa continuano a penalizzare le imprese e che gli adempimenti burocratici sono aumentati nell’ultimo decennio. Anche qui l’informazione può svolgere una funzione concreta: tradurre il linguaggio delle norme, far emergere le conseguenze delle decisioni e mettere in comunicazione chi legifera con chi deve applicare quelle regole.

La comunicazione costruisce fiducia soltanto quando accetta di essere verificata. Per questo la narrazione comune delle priorità italiane deve nascere dalla coerenza tra parole, risorse, tempi e risultati. Il giornalismo può esserne il ponte, ma deve conservarne anche la memoria critica.

 

Di Desiree di Giuseppe, Redazione CEOforLIFE Magazine

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