Cincotta: «Energia, acqua e circolarità: la transizione deve diventare politica industriale»

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La transizione energetica, la resilienza idrica e l’economia circolare non possono più essere affrontate come sfide separate. Per Mario Cincotta, Practice Leader Transizione Energetica, Risorse Idriche ed Economia Circolare di Task Force Italia, la priorità è costruire una visione integrata capace di coniugare decarbonizzazione, sicurezza, competitività e sviluppo industriale. In questa prima intervista tracciamo una panoramica dei principali nodi su cui il Paese è chiamato ad agire, aprendo un percorso che sarà successivamente approfondito attraverso focus verticali dedicati.

  1. La transizione energetica rappresenta una delle principali sfide strategiche per la competitività e la sicurezza del Paese. Guardando al contesto italiano, quali ritiene siano oggi le priorità da affrontare per accelerare il percorso verso un sistema energetico più sostenibile, resiliente e competitivo?

Prima ancora delle singole priorità, credo sia necessario partire da due principi: apertura e pragmatismo. La transizione energetica è troppo importante per diventare un terreno di polarizzazione o una competizione tra tecnologie. Non esiste una soluzione unica in grado di rispondere a tutte le esigenze del sistema: dobbiamo costruire un mix capace di utilizzare le diverse tecnologie in funzione del contributo che possono offrire nei diversi orizzonti temporali. Allo stesso tempo, non possiamo separare la sostenibilità dalla competitività. La transizione deve diventare una vera politica industriale, capace di perseguire simultaneamente decarbonizzazione, sicurezza energetica, riduzione delle dipendenze geopolitiche e un costo dell’energia competitivo e sostenibile per imprese e cittadini.

Da qui discendono alcune priorità molto concrete. La prima è aumentare la generazione domestica competitiva e decarbonizzata, accelerando autorizzazioni, permitting e connessioni per le rinnovabili e garantendo maggiore certezza regolatoria. A questo va affiancato lo sviluppo di contratti di lungo periodo che consentano alle imprese di accedere a energia a prezzi più competitivi e stabili. La seconda direttrice riguarda efficienza energetica, elettrificazione degli utilizzi e gestione intelligente della domanda: ridurre l’energia necessaria per ogni unità di PIL o di prodotto industriale significa intervenire contemporaneamente su sostenibilità e competitività.

Dobbiamo poi garantire adeguatezza e flessibilità al sistema. La crescita delle rinnovabili deve essere accompagnata da capacità programmabile e da un principio di neutralità tecnologica,  valutando le soluzioni in ottica sistemica e per il  contributo simultaneo apportato a decarbonizzazione, sicurezza e competitività.  Solare, eolico e accumuli rappresentano soluzioni immediatamente disponibili, ma nel medio-lungo periodo dobbiamo essere pronti a valutare anche nucleare, biometano e idrogeno laddove risultino realmente competitivi. Il punto non è individuare la tecnologia vincente, ma costruire il sistema vincente. Parallelamente occorre anticipare le infrastrutture necessarie alla transizione: interconnessioni, reti, digitalizzazione, accumuli e pompaggi devono precedere la crescita dei nuovi fabbisogni, non inseguirla.

Infine, gli investimenti della transizione devono diventare un’opportunità per sviluppare filiere industriali italiane, dalle turbine agli storage, dalla componentistica alle tecnologie digitali, creando competenze, occupazione ed export.

  1. La gestione delle risorse idriche sta assumendo una rilevanza crescente, anche alla luce degli effetti del cambiamento climatico e della necessità di modernizzare le infrastrutture. Quali interventi ritiene prioritari per rendere il sistema idrico italiano più efficiente, resiliente e capace di rispondere alle esigenze future del Paese?

Anche sull’acqua serve innanzitutto un cambio di prospettiva. Per molto tempo abbiamo considerato la risorsa idrica come abbondante e naturalmente rigenerabile. Il cambiamento climatico, l’aumento della variabilità degli eventi meteorologici e la crescente competizione tra usi civili, agricoli e industriali dimostrano che questo paradigma non è più sufficiente. Dobbiamo passare da una logica prevalentemente gestionale a una vera strategia nazionale di resilienza idrica, riconoscendo l’acqua come una risorsa strategica per lo sviluppo del Paese.

La prima priorità è ridurre le perdite, modernizzare le infrastrutture e digitalizzare le reti. Non possiamo pensare soltanto a nuove opere quando una quota così rilevante della risorsa viene dispersa. Smart Metering, sensoristica, monitoraggio in tempo reale, Digital Twin e analisi predittive possono permetterci di conoscere meglio le reti, individuare le criticità e indirizzare gli investimenti dove sono realmente necessari: non possiamo gestire efficacemente ciò che non misuriamo.

La seconda direttrice riguarda accumuli e interconnessioni. Il cambiamento climatico ci espone sempre più all’alternanza tra precipitazioni intense e lunghi periodi di siccità: dobbiamo quindi aumentare la capacità di trattenere la risorsa e trasferirla dove e quando serve. Parallelamente dobbiamo passare da un modello lineare a uno circolare, accelerando il riutilizzo delle acque depurate per gli impieghi compatibili e riservando l’acqua potabile agli usi che realmente la richiedono.

C’è poi un tema che diventerà sempre più importante: integrare la pianificazione dell’acqua con quella energetica e industriale. Data Center, nuovi distretti produttivi e nuove tecnologie possono determinare fabbisogni idrici ed energetici rilevanti. Disponibilità della risorsa, stress idrico, consumi energetici e localizzazione degli investimenti devono quindi essere valutati insieme. A questo si aggiunge la necessità di rafforzare governance e capacità di investimento, superando frammentazioni, aumentando il coordinamento e costruendo una pipeline di progetti realmente cantierabili.

  1. Energia, acqua ed economia circolare sono ambiti sempre più interconnessi e richiedono una visione di sistema capace di coinvolgere istituzioni, imprese e territori. Quale ruolo può svolgere la collaborazione pubblico-privata nel favorire investimenti, innovazione e nuovi modelli di sviluppo sostenibile, rafforzando al tempo stesso la competitività del Sistema Paese?

Il partenariato pubblico-privato deve smettere di essere considerato soltanto uno strumento di finanziamento e diventare una leva competitiva per gli investimenti del Paese. Il valore del privato non risiede esclusivamente nella capacità di mobilitare capitale, ma anche nel portare tecnologia, competenze e capacità di execution. Il pubblico, dall’altra parte, deve creare le condizioni affinché gli investimenti siano possibili: regole chiare, tempi definiti, certezza regolatoria e progettualità realmente cantierabili.

A questa relazione, però, aggiungerei un terzo soggetto fondamentale: il territorio. Un investimento non può essere valutato esclusivamente sulla base del business plan; deve essere coerente con il luogo nel quale viene realizzato e contribuire concretamente al suo sviluppo. Pubblico, privato e territorio devono quindi entrare nello stesso modello di collaborazione. È così che possiamo costruire ecosistemi nei quali energia, acqua, infrastrutture e sviluppo industriale vengono pianificati insieme.

Il tema dei data center è emblematico: sono infrastrutture strategiche per la capacità digitale del Paese, ma presentano fabbisogni energetici e idrici importanti. Se affrontati separatamente possono generare criticità; se inseriti in una pianificazione pubblica, accompagnati da investimenti privati e integrati con le caratteristiche dei territori possono invece diventare un esempio concreto di collaborazione capace di accelerare innovazione, transizione e crescita.

  1. In qualità di Practice Leader della Task Force Transizione Energetica, Risorse Idriche ed Economia Circolare di Task Force Italia, quali saranno le priorità dei prossimi mesi e quale messaggio desidera rivolgere a manager, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni chiamati a contribuire alla costruzione di un modello di sviluppo più sostenibile e resiliente per il Paese?

Nei prossimi mesi vogliamo mantenere il tratto che ha caratterizzato il lavoro della Task Force: passare dall’analisi alla costruzione di proposte concrete, misurabili e realizzabili. Vogliamo essere un luogo nel quale competenze ed esperienze diverse non si incontrino soltanto per discutere i problemi, ma per mettere a terra soluzioni.

Un secondo obiettivo sarà rafforzare la lettura integrata dei tre ambiti. Transizione energetica, resilienza idrica ed economia circolare sono temi complessi, ma profondamente interconnessi. Dovremo individuare i punti di convergenza e aiutare i diversi player a superare i compartimenti separati. L’interdipendenza tra energia, acqua e sviluppo industriale sarà centrale, anche rispetto a fenomeni come la crescita dei data center, che rappresentano una grande opportunità se saremo capaci di costruire intorno ad essi soluzioni sostenibili e sinergiche.

Il messaggio che rivolgo a manager, imprese e istituzioni è innanzitutto di responsabilità e collaborazione. Nessun soggetto possiede da solo la soluzione e nessuna tecnologia può essere considerata a priori l’unica risposta. La dimensione della trasformazione richiede la capacità di mettere insieme interessi, competenze e prospettive differenti, evitando polarizzazioni e lavorando con un forte spirito di execution. Un’idea, per quanto valida, non produce valore finché non viene realizzata.

La vera sfida è costruire un modello nel quale decarbonizzazione, resilienza, innovazione e crescita procedano insieme. Transizione non significa sostituire qualcuno con qualcun altro o costruire una contrapposizione: significa evolvere. Per farlo dobbiamo superare la logica del “cosa dovrebbe essere fatto” e iniziare a chiederci “cosa possiamo fare tutti insieme, adesso”. È su questo passaggio che si misura la nostra capacità di trasformare il confronto in progresso concreto per il Paese.

Di Desiree di Giuseppe, Redazione CEOforLIFE Magazine

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