Insieme a Vito Amati, CEO di Algeco Italia e a Camillo D’Angelo, Presidente della Provincia di Teramo, abbiamo parlato della collaborazione tra pubblico e privato applicata al tema delle infrastrutture scolastiche, dimostrando come l’emergenza possa fornire un’opportunità per fornire un nuovo modello per il Paese.
Quella tra Algeco Italia e la Provincia di Teramo rappresenta una delle esperienze più significative di collaborazione tra pubblico e privato applicata al tema delle infrastrutture scolastiche. Un caso nato da una situazione di emergenza, ma che si è rapidamente trasformato in un modello concreto di risposta rapida, efficiente e replicabile. In un momento in cui sostenibilità, innovazione e capacità di execution sono determinanti per lo sviluppo del Paese, questa esperienza dimostra come soluzioni considerate temporanee possano evolvere in approcci strutturali, capaci di incidere sul modo in cui progettiamo e realizziamo gli spazi pubblici. Ne abbiamo parlato con Vito Amati, CEO di Algeco Italia, e con Camillo D’Angelo, Presidente della Provincia di Teramo.
Dott. Amati, le soluzioni modulari di Algeco Italia hanno dimostrato efficacia sia nel settore educativo sia in ambito sanitario: come può oggi la modularità evolvere da strumento emergenziale a leva strutturale per ripensare infrastrutture scolastiche in chiave sostenibile, inclusiva e adattiva?
Sicuramente il passaggio dalla logica emergenziale a quella strutturale rappresenta oggi il cuore della nostra strategia. In questi anni abbiamo dimostrato concretamente che la modularità non è sinonimo di provvisorietà, ma piuttosto di velocità di realizzazione e qualità dell’opera. Nel caso della scuola, questa tecnologia diventa una leva fondamentale perché consente di rispondere contemporaneamente a due esigenze che oggi sono centrali: da un lato la rapidità di esecuzione dei cantieri, dall’altro la flessibilità degli spazi. Rispetto al passato, infatti, non parliamo più di strutture standardizzate, ma di edifici progettati su misura, in grado di rispondere a esigenze architettoniche specifiche e di garantire ambienti accessibili, inclusivi e privi di barriere, sia fisiche che percettive.
Un elemento chiave è proprio la capacità adattiva: una scuola oggi non è più un edificio statico, ma uno spazio che può evolvere nel tempo. Può crescere, ridursi, cambiare configurazione interna senza essere demolita, semplicemente intervenendo sulla modularità. Questo approccio consente di ridurre in modo significativo il consumo di suolo e l’impatto dei cantieri, offrendo una risposta concreta alle esigenze demografiche e didattiche che cambiano nel tempo. È in questa capacità di adattamento continuo che la modularità si afferma come una soluzione strutturale, pienamente coerente con gli obiettivi del PNRR e con una visione sostenibile dello sviluppo delle infrastrutture pubbliche.

Alla luce del vostro modello circolare, come intendete trasformare questi vantaggi ambientali in un nuovo standard di riferimento anche in relazione agli obiettivi Net Zero 2050 e alle strategie ESG?
I numeri parlano chiaro: oggi siamo in grado di garantire una riciclabilità dei moduli fino al 96% e una riduzione delle emissioni fino al 73% rispetto all’edilizia tradizionale. Questo significa che disponiamo già degli strumenti per contribuire in modo concreto alla decarbonizzazione del settore delle costruzioni. Il nostro obiettivo è trasformare questi risultati da elemento distintivo a standard di mercato. Per farlo è necessario un cambiamento culturale: il valore di un edificio non deve essere più legato esclusivamente alla sua proprietà immobiliare, ma alla capacità di erogare un servizio nel tempo. Il modello circolare su cui lavoriamo, basato sul riutilizzo dei moduli fino a 20 cicli, consente di ridurre drasticamente la domanda di materie prime e la produzione di rifiuti derivanti da demolizioni. In questo senso, è perfettamente allineato agli obiettivi Net Zero 2050.
Stiamo inoltre integrando sempre di più materiali a basso impatto ambientale e sistemi energetici rinnovabili direttamente nelle nostre soluzioni, con l’obiettivo di arrivare a edifici che non solo riducono il proprio impatto, ma possono diventare anche produttori di energia. La sfida è fare in modo che questi parametri ESG diventino la baseline per qualsiasi appalto, pubblico o privato, dimostrando che sostenibilità ambientale ed efficienza economica sono due facce della stessa medaglia.
Quale ruolo giocheranno digitalizzazione ed efficienza energetica nello sviluppo degli “smart spaces” per sanità, scuola e PA, e nella misurabilità delle performance ESG?
Quando parliamo di smart spaces ci riferiamo a spazi in grado di adattarsi alle esigenze delle persone che li vivono. In questo senso, la digitalizzazione e l’efficienza energetica rappresentano fattori abilitanti fondamentali. Le tecnologie oggi ci permettono di ottimizzare il comfort interno, ridurre gli sprechi e migliorare la gestione degli edifici, ma soprattutto introducono un elemento decisivo: la misurabilità.
La transizione ecologica non può basarsi solo su dichiarazioni di intenti, ma ha bisogno di dati concreti. Tracciare l’impronta carbonica, monitorare il ciclo di vita dei materiali e analizzare l’utilizzo degli spazi consente di fornire agli stakeholder evidenze oggettive e verificabili. In questo modo, il digitale diventa il ponte tra progettazione e sostenibilità, permettendo a scuole, strutture sanitarie e pubbliche amministrazioni di dimostrare concretamente il proprio impatto ambientale e sociale. Se dal lato industriale la modularità si afferma come leva strategica per ripensare le infrastrutture, è sul campo che questo modello dimostra la propria efficacia. Il caso di Teramo rappresenta in questo senso un esempio concreto di come un’esigenza emergenziale possa tradursi in una soluzione strutturata.

Presidente D’Angelo, da una assoluta emergenza ad una soluzione: cosa è accaduto a Teramo a ottobre del 2024?
A ottobre 2024 ci siamo trovati ad affrontare una situazione estremamente complessa: uno degli edifici scolastici più importanti della città è stato sottoposto a sequestro per motivi normativi. Parliamo di una struttura che ospitava circa 1.300 persone tra studenti, docenti e personale. Questo ha generato un’emergenza immediata, non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche sociale. Era necessario individuare in tempi rapidissimi una soluzione alternativa per garantire la continuità delle attività didattiche. A questo si è aggiunta una forte reazione della comunità, sia rispetto alla localizzazione della nuova struttura, sia rispetto alla tipologia. Il tema principale è stato quello della percezione: le strutture modulari venivano inizialmente associate a un’idea di precarietà. Con il tempo, però, questa percezione è cambiata. Una volta realizzati, gli spazi hanno dimostrato livelli di comfort, sicurezza e qualità spesso superiori a quelli degli edifici tradizionali, contribuendo a modificare profondamente il punto di vista di cittadini e studenti.
Come siete arrivati alla scelta di strutture modulari e quindi alla scelta di Algeco Italia?
La scelta è stata guidata da un fattore molto concreto: la necessità di avere una soluzione immediata. Avevamo bisogno di un prodotto già progettato, già calcolato e pronto per essere realizzato in tempi rapidi. Le strutture modulari ci offrivano proprio questo vantaggio, sia in termini di semplificazione dell’iter autorizzativo sia in termini di velocità di esecuzione. In una situazione di emergenza, questi elementi diventano determinanti. Successivamente, attraverso una procedura di gara, siamo arrivati alla selezione del partner, individuando in Algeco l’operatore più adatto a rispondere alle esigenze del progetto.

Quanto è stato determinante il fattore tempo e come ha risposto Algeco Italia alla pressione della scadenza?
Il fattore tempo è stato decisivo, ed è proprio su questo che si misura l’efficacia di una soluzione come quella adottata. Posso dire che siamo rimasti positivamente sorpresi: non pensavamo fosse possibile rispettare tempi così stringenti, considerando anche le complessità tipiche degli appalti pubblici. Il dato più significativo è che abbiamo impiegato più tempo per individuare il sito e ottenere le autorizzazioni che per realizzare l’opera stessa. Questo evidenzia una criticità strutturale del sistema pubblico, in cui la burocrazia spesso rappresenta il vero collo di bottiglia. Al contrario, dal punto di vista realizzativo, l’azienda ha rispettato pienamente gli impegni, dimostrando come il sistema privato, se messo nelle condizioni di operare, sia in grado di garantire efficienza e rapidità anche in contesti complessi.
Dalla necessità di utilizzare strutture modulari a un vero e proprio campus: cosa avete realizzato?
Abbiamo trasformato un’esigenza emergenziale in un’opportunità progettuale. L’idea non era solo quella di sostituire un edificio, ma di iniziare a ripensare il modello di scuola. Abbiamo quindi integrato la nuova struttura modulare con edifici esistenti, creando un sistema coerente sia dal punto di vista architettonico che funzionale. Attorno a questo nucleo abbiamo iniziato a sviluppare un modello di campus, che includesse non solo spazi per la didattica tradizionale, ma anche infrastrutture più ampie per la vita scolastica. L’integrazione è stata particolarmente efficace: le strutture modulari si sono inserite in modo armonico nel contesto, senza creare discontinuità, anzi risultando perfettamente coerenti con l’ambiente circostante.
Il risultato è stato molto positivo, sia in termini di percezione da parte della comunità sia in termini di utilizzo quotidiano degli spazi. Questo dimostra che la modularità può essere non solo una risposta all’emergenza, ma una vera alternativa progettuale per il futuro delle infrastrutture scolastiche.


